Come diventare un pessimo leader in 5 mosse!

Ecco qui 5 Comportamenti perfetti per … diventare un pessimo leader!
(da evitare per chi vuol essere un buon leader!)

In questi giorni, mentre colleziono i pensieri su come poter rendere efficace e leggero insieme l’incontro del prossimo 15 maggio #NonSoloVisionari, e scartabello fra libri, siti e appunti… ecco, mi sono trovata a riflettere sugli insegnamenti che ci arrivano da leader non un gran ché riusciti –diremmo- di questi nostri anni ed anche più in generale della contemporaneità. Ci sono alcuni tratti che tornano… sono comportamenti perfetti per … diventare dei pessimi leader.

  1. Esitare ad agire

Di troppa pianificazione, si muore! Potrà suonare strano ad una prima lettura, eppure è così. La procrastinazione è nemica della leadership. E molto spesso incontriamo persone che stanno tutto il tempo a preparare qualcosa. Vorrebbero lanciare un nuovo prodotto, trovare un altro lavoro, scrivere il loro primo libro, ma proprio non riescono ad iniziare, a fare il primo passo.

Una delle più importanti qualità di un leader è praticare l’arte della partenza. Il perfezionismo è la madre della procrastinazione. Il leader non cerca la perfezione, sa che non esiste! Sa non ci sarà mai il momento perfetto, né l’essere del tutto preparato. Il leader cerca l’eccellenza, sa che questa si costruisce a cominciare dal saper entrare in azione.

  1. Lamentarsi che le risorse sono insufficienti

Non ho abbastanza risorse economiche per fare questo! Non ho abbastanza persone! Non ho le persone adatte. Non posso incentivare con aumenti di salario…

I leader che adducono queste motivazioni non arrivano mai molto lontano. Che siate imprenditori, manager, responsabili di una piccola squadra, presidenti di ong, per conseguire un risultato, il vostro compito è quello di capire come ottenere le risorse o fare a meno di loro. La verità è che le risorse non sono mai abbastanza, ma i leader di successo sanno capire come ottenere un eccellente risultato a partire da tutte le risorse che hanno.

Come? Impiegando al meglio una delle loro risorse potenzialmente illimitate: la loro immaginazione. E ricordando che il tema non sono le risorse sono le persone e le persone sono piene di risorse.

  1. Non assumersi la responsabilità

E’ la crisi, è il mercato, è il cliente, è il collaboratore, è l’organizzazione che è fatta così… le giustificazioni non difettano mai. Solo che, sin tanto che l’attenzione è fuori, nulla può cambiare, né si può risolvere. Così come nulla si può cambiare quando, di converso, ci si imprigiona nel proprio senso di onnipotenza, giocando al pendolo con il suo contraltare il senso di colpa: se solo avessi fatto, se solo avessi meglio pianificato, se solo fossi più performante, se… se…

La responsabilità non ha a che vedere né con giustificazioni esterne, né con il dare o prendersi la colpa, né con l’onnipotenza. La responsabilità è partire da sé e prima di tutto chiedersi cosa mi ha spinto ad agire così? Ascoltarsi e acquisire consapevolezza profonda di sé, delle proprie dinamiche, dei bisogni e delle ferite (paure) che ci muovono. Vedere, accettare –errori inclusi-, e solo allora trasformare. Il leader di successo non è quello che non sbaglia, è quello che si ferma a vedere cosa è accaduto, accetta ciò che ha fatto e perché e come lo ha fatto; comprende –si comprende, ovvero “accoglie e accetta tutto di sè”- e allora trasforma, assumendosi la responsabilità di un’azione diversa e anche il rischio di un eventuale altro errore.

  1. Abusare della propria leadership

E’ una tentazione formidabile: l’abuso del proprio potere. Chi è di cultura cattolica, ricorderà le tentazioni del diavolo a Cristo nel deserto, e passaggi/situazioni simili tornano in molte religioni, a conferma che si tratta di una prova vitale per un leader.

Il fatto è che la leadership implica la gestione per un bene collettivo. Gestisco, amministro un regno che non mi appartiene, anche quando l’impresa è fondata da me, con capitale mio. Perché la “mia” impresa è soprattutto coloro che ci lavorano, che ci collaborano, che entrano nella catena del valore che costruisce il servizio o il prodotto che l’organizzazione esprime. E “gestire” le risorse per un leader implica trasparenza e “accountability” come si dice in inglese.

La leadership è servizio.

  1. Cospirare

Cosa intendo? Intendo screditare chi è sopra di noi, o l’organizzazione stessa per la quale lavoriamo, e cospirare all’interno per “scalzare” qualcuno, che sia il collega, il capo, il socio, il “vecchio” genitore cui subentrare in azienda. Biasimare il comportamento di costui in sua assenza e in presenza di tutti gli altri. Non funziona. Mina alle basi la credibilità di noi come leader. Mina alle basi l’integrità di noi stessi. Quando non è d’accordo con un superiore o con un collega, il leader cerca il confronto –diretto, possibilmente a tu per tu. Si pone della posizione prima di capire, poi di farsi capire. E se alla fine, non trova una buona soluzione o un compromesso almeno accettabile, se la rottura è insanabile, se non crede più in ciò che fa… allora lascia, si dimette, esce dalla società. E’ difficile farlo, posso assicurarlo anche per esperienza diretta. Eppure è la diretta conseguenza di pensare al proprio ruolo in ottica di servizio e di integrità. Se la distanza è troppa, se almeno un buon compromesso non è realizzabile, se i valori sono molto differenti, se … se… allora è bene lasciare.

Ringrazio i miei “maestri” Covey, Goleman, e tanti altri, senza la lettura e rilettura dei quali queste riflessioni non sarebbero possibili. Ringrazio Hyatt che per me è sempre una fonte di ispirazione. E le leader e i leader che incontro e che mi insegnano moltissimo… E gli amici come Stefano Gay e molti altri che lavorano in ambiti diversi, ma le cui idee, teorie e lavoro trovo molto affini a me ed alle mie.

Buon Primo Maggio! Spero di incontrarvi il 15 maggio e di poter parlare insieme di leadership, visione, risonanza, scienza, umanesimo…

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